“La sola cosa che è cambiata è che non posso più nuotare come prima. Il nuoto era la mia vita”. Silvia Mignani è una bambina prodigiosa, a scuola è la prima della sua classe in ogni materia ed è imbattibile in tutti gli sport. Pratica tennis, corsa e sci a livello agonistico, ma più di ogni altra cosa è una giovane promessa del nuoto italiano. Tutti i giorni si allena in piscina per ore e dall’età di sei anni vince gara dopo gara, sempre, fino alla terza media. Quell’ann0 tutto vambia.
“Sua figlia sembra anoressica. Non mi preoccupa tanto che i suoi voti siano scesi quanto che sia diventata apatica, poco partecipe, distaccata dai compagni e magrissima”, dice un’insegnante al padre di Silvia. Quell’anno anche le sue prestazioni sportive calano, non nuota più veloce come prima, ha meno fiato, fa più fatica, si fa battere nei tempi persino dalla sua sorellina più piccola. Non si capisce perchè, ma chi la conosce bene è sicuro che non soffra di altro disturbo dell’alimentazione. I genitori pensano si tratti solo di stanchezza, le fanno finire la stagione agonistica in anticipo e alla fine degli esami di terza media la portano al mare dai nonni, in Toscana.
Le vacanze estive però non l’aiutano: non ha appettito, dorme in continuazione, compie ogni sforzo con estrema lentezza. Se ne accorge suo padre, che la osserva anche durante il sonno e nota che respira male, suda tanto, il cuore le batte forte e sopratutto il suo piccolo torace è più grande a sinistra che a destra.
Allarmato, la porta da un medico di Massa Carrara, dove stanno ancora trascorrendo le ferie, e dopo la visita lo rassicura: “La sua bambina ha un battito cardiaco accelerato perchè è emotiva e il nuoto le ha reso asimmetrico il torace”. Ma chi la conosce bene è sicuro che quel medico non ha capito niente.
Per fortuna, sempre lì vicino, c’è l’Ospedale Pediatrico Apuano, un centro specialistico di cardiologia pediatrica, e per fortuna il papà di Silvia, insistendo, ottiene un appuntamento per il pomeriggio stesso, volevano darglielo a novembre.
“Vostra figlia è affetta da una cardiomiopatia dilatativa virale a uno stato avanzato, una malattia del cuore che può arrivare a non farlo funzionare più”, dicono i medici dell’ospedale toscano ai genitori. Immediato il ricovero, un ulteriore ritardo nella diagnosi sarebbe stato fatale.
Silvia non si rende bene conto di cosa le stia capitando e cosa significhino l’ossigeno, le flebo, la cannula infilata nell’arteria del suo torace, le facce preoccupate intorno a lei, i dieci chili persi in poche settimane. Non capisce nemmeno perchè ci sia una psicologa che continua a farle visita e la vuole far parlare, desidera solo uscire da quel posto e tornare al più presto alla normalità.
A fine agosto, dopo tre settimane di ospedale, i medici la dimettono e lei è contenta di poter trascorrere ancora qualche giorno di vacanza dai nonni prima di tornare a casa sua, a Torino, e ricominciare la scuola: ha deciso di iscriversi al liceo classico.
“I dottori avevano detto che rischiavo l’arresto cardiaco, peerciò dovevo evitare qualsiasi fatica. Non capivo il significato dei loro discorsi, ero proprio una bambina: non avevo minimamente coscienza di cosa mi stesse accadendo. Non ero preoccupata, mi dispiaceva solo che la mia vita fosse molto cambiata: al liceo mi accompagnavano in auto i miei genitori per evitare ogni sforzo, non uscivo mai e non potevo fare nessuno sport, persino le lezioni di educazione fisica a scuola mi erano state proibite. Andavo a lezione la mattina e tutto il pomeriggio studiavo, adattandomi così ai nuovi ritmi lenti e casalinghi che mi avevano imposto, con la speranza che sarebbe stato un periodo transitorio”, ricorda oggi Silvia.
Difatti non durò a lungo. A dicembre, agli Ospedali Riuniti di Bergamo, dove Silvia è sotto controllo, riscontrano che la patologia sta progredendo velocemente e l’unica possibilità di sopravvivenza rimane legata al trapianto cardiaco: “Me lo dissero i miei genitori e per la prima volta scoppiai a piangere. C’ero rimasta male, pensavo che stavo guarendo e che il peggio fosse alle spalle. Per fortuna i miei avevano previsto la mia reazione e avevano già pronto un rimedio: mi fecero subito parlare per telefono con una ragazza poco più grande di me che aveva fatto il trapianto qualche anno prima. Sentirle raccontare la sua esperienza mi tranquillizzò moltissimo, mi disse che stava benissimo e che dopo la vita è ancora meglio”.
Il 15 gennaio 1999, dopo solo dieci giorni di attesa, ci sono un donatore e un cuore nuovo per lei.
L’intervento chirurgico riesce bene, le settimane successive portano alcuni problemi con i farmaci e due crisi di rigetto, ma nel giro di qualche mese Silvia inizia a fare le prime passeggiate, prende lezioni private di latino e greco e recupera gradualmente tutte le forze.
“All’inizio è stato strano veder cambiare il mio corpo completamente. Per effetto del cortisone ero divenatta un mostricino, succede spesso dopo il trapianto, specialmente ai bambini: la mia faccia era diventata una palla gonfia, mi ero ricoperta di peluria e le gengive erano scese fino a coprirmi quasi i denti. Per fortuna a quell’età non mi importava molto di essere carina”.
Ad aprile Silvia torna a scuola, raggiunge i suoi compagni di classe e viene promossa. A un anno dal trapianto la sua vita torna alla piena normalità, e così anche il suo aspetto fisico. Riprende anche a fare sport, anche se non più a livello agonistico: “Un anno dopo l’intervento stavo benissimo, ho implorato i medici per avere il permesso di tornare in piscina ma non c’è stato verso. L’agonismo me lo dovevo scordare. E’ stata la cosa più difficile da digerire, ma poi per caso ho scoperto che esistevano delle gare mondiali esclusivamente per i trapiantati. Sono entrata nella squadra e con loro non mi sono mai persa un’Olimpiade: ho gareggiato in Giappone, Francia e Canada e mi sono portata a casa qualche medaglia”.
Silvia è un pò timida e non la dice proprio tutta, ma le medaglie vinte sono quasi tutti ori e che negli ultimi campionati olimpici si è aggiudicata il record mondiale dei cento metri dorso.
Sono passati dieci anni da trapianto, oggi ha ventiquattro anni, le mancano pochi esami per laurearsi in Psicologia del Lavoro all’Università di torino, insegna nuoto ai ragazzi e si sta allenando per i prossimi mondiali per i trapiantati che si terranno la prossima estate in Australia, dove sogna di battere un altro record.
